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Non capiremo mai quanto bene  capace di fare un sorriso.

Non capiremo mai quanto bene capace di fare un sorriso.
Madre Teresa

"Negli stessi momenti in cui il Parlamento si appresta a convertire in legge l’ennesimo decreto “sicurezza” governativo che criminalizza e contrasta le organizzazioni umanitarie per le attività di soccorso e salvataggio di vite umane, in Provincia di Foggia qualcuno ha deciso di trasportare le parole di odio profuse nell’ultimo anno nei confronti dei cittadini stranieri in azioni criminali. La conseguenza è che negli ultimi 10 giorni si sono susseguiti una serie di eventi gravissimi e violenti, compiuti tutti all'alba e nella stessa zona della prima periferia di Foggia in danno di lavoratori stranieri individuati in base al colore della loro pelle. Non sfuggirà l'importanza della questione che coinvolge, ora, una provincia nella quale, specie in questo periodo dell'anno, si concentra un elevato numero di persone straniere occupate nel lavoro agricolo. Dal 13 al 23 luglio sono almeno quattro le aggressioni, evidentemente di matrice razzista, che si sono accompagnate all’omicidio di Daniel Nyarko, 51 anni, cittadino ghanese, ucciso il 28 marzo scorso con due colpi di arma da fuoco, sparati da ignoti, pochi chilometri ad est di Borgo Mezzanone (Fg), mentre tornava a casa in bicicletta, dopo aver fatto la spesa. Le persone aggredite, dopo aver ricevuto le cure ospedaliere, sono assistite da Intersos per l'aspetto sanitario, da ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e FLAI - CGIL quanto all'aspetto legale e quello sindacale. Queste violenze sono state inflitte sempre al sorgere del sole, sempre e soltanto a spese di lavoratori africani. Le vittime hanno riferito che i responsabili sono italiani. Tutti gli episodi più recenti hanno riguardato lavoratori agricoli stagionali, quegli stessi lavoratori senza i quali il ricchissimo Tavoliere pugliese smetterebbe di produrre e commercializzare gran parte dei prodotti agricoli che giungono nelle case in Italia ed all’estero. Il clima che si è venuto a creare, non a caso, è conseguente anche alle iniziative della Prefettura di Foggia che nel corso degli ultimi mesi ha ritenuto di mettere in atto un piano di sgombero dei fabbricati adibiti ad abitazione dai lavoratori agricoli stagionali di nazionalità estera, senza premurarsi in alcun modo delle conseguenze in termini di marginalizzazione sociale e di precarietà lavorativa e giuridica in cui ha lasciato chi si è trovato coinvolto in tali operazioni di polizia, nonché del clima di odio sociale che ha contribuito a determinare. Ma non possiamo dimenticare, anche, la drammatica assenza di proposta ed azione concreta da parte delle istituzioni locali (Regione Puglia e comuni dell’area, in primis) che, infatti, da anni hanno abbandonato la stessa possibilità di intervenire su uno dei nodi cruciali dell’economia e della integrazione sociale in Puglia. ASGI, FLAI - CGIL e Intersos continuano a fornire assistenza alla persona ricoverata ed agli abitanti dell'area dove dimora con altri lavoratori, tutti ugualmente preoccupati per loro stessi e per gli altri, ma anche con un profondo senso di ingiustizia, per quanto accaduto ai loro compagni. Tuttavia è evidente che questo clima persecutorio necessita di risposte complesse che non possono essere relegate esclusivamente nell’alveo della pubblica sicurezza: se è fondamentale intervenire per individuare e punire i responsabili delle ignobili azioni criminali degli ultimi mesi, è altrettanto determinante verificare che esso origina da una narrazione politica discriminatoria e strumentale che coinvolge le più alte istituzioni governative e si sta traducendo, giorno dopo giorno, in una legislazione sempre più pericolosa per l’intera popolazione, autoctono e straniera. Se è fondamentale che, in relazione ai fatti su cui si generano queste brutalità, in un clima sempre più inumano, la società civile dia forti e chiari segnali di solidarietà alla comunità dei lavoratori migranti, non può dimenticarsi che la condizione sociale e giuridica dei lavoratori stranieri delle campagne del foggiano e, più in generale, del sud Italia deve essere affrontata
dalle istituzioni centrali e locali in maniera non emergenziale e miope, ma attraverso un piano che sia capace di tutelare le condizioni di sicurezza (anche sociale) dei lavoratori e di riconnettere il tessuto sociale autoctono con i lavoratori stranieri che stabilmente o stagionalmente vivono il territorio. Farsi carico delle esigenze e delle prospettive dei migranti oltre che rispondere ai compiti istituzionali ed ai doveri costituzionali degli enti pubblici, permette di guardare “ai margini” della cittadinanza e, quindi, di valutare e meglio applicare la portata universale dei diritti sociali e delle forme della convivenza delineate nella Costituzione. Se a livello governativo si vuole mettere in discussione anche il concetto di eguaglianza formale delle persone dinanzi alla legge, alle istituzioni democratiche locali tocca il compito, invece, di delineare le forme ed i modi di partecipazione alla vita consociata ed alla integrazione sociale, così realizzando i presupposti della cittadinanza e della uguaglianza sostanziale. In questo senso è urgente che la Prefettura di Foggia, assumendosi le responsabilità che le competono, ripensi integralmente le strategie esclusivamente repressive sinora messe in atto nei confronti dei migranti e che la Regione Puglia (considerato la prolungata mancanza di un interlocutore univoco) si doti di un apparato istituzionale capace di affrontare uno dei temi più rilevanti della fine del suo mandato investendo risorse politiche ed economiche per la tutela dei lavoratori e lo sviluppo del territorio. Interventi parziali, tra l’altro assolutamente insufficienti sia quantitativamente che qualitativamente, come quelli messi in atto recentemente dalla Regione, denotano miopia politica e comportano una evidente acquiescenza alle scelte del governo centrale su cui non è possibile soprassedere.
Per porre in evidenza i gravi accadimenti che hanno coinvolto i lavoratori, al fine di sensibilizzare la Foggia che accoglie e che condanna questi gravi gesti di intolleranza e di intimidazione a sfondo razzista, accogliendo la richiesta dei lavoratori, sosteniamo il Critical Mass in bici per le vie della città Martedì 30 luglio con partenza dal piazzale Vittorio Veneto alle ore 18-Largo Stazione ed invitiamo tutte e tutti a la parteciparvi.
A.S.G.I. (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) Coop. Soc. Arcobaleno Centro interculturale "Baobab - sotto la stessa ombra" FLAI-CGIL INTERSOS Solidaunia

Scheda: Albania

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Ordinamento politico: repubblica parlamentare

Capitale: Tirana

Superficie:  28748 kmq

Popolazione: 3.581.655 persone [albanesi 95 percento, greci 3 percento, altri 2 percento (valacchi, rom, serbi, macedoni, bulgari)]

Lingue: albanese (ufficiale), greco, valacco, romeno, dialetti slavi

Religione:. musulmani 70 percento, ortodossi 20 percento, cattolici 10 percento

Alfabetizzazione: 86.5 percento della popolazione ( 93.3 percento degli uomini e 79.5 percento delle donne)

Mortalità infantile: 5.22 bimbi morti 1000 nati

Speranza di vita: 77.43 anni ( 74.78 anni per gli uomini e 80.34 anni per le donne) 
Popolazione sotto la soglia di povertà: 25 percento della popolazione

Prodotti esportati: legname, tabacco, semilavorati nel settore dell’abbigliamento, del pellame e delle calzature

Debito estero: 1.25 miliardi di euro

Spese militari: 1.49 percento del prodotto interno lordo

 

 

GEOGRAFIA

Confina a nord con la Serbia e il Montenegro, a sud est con la Grecia, a ovest si affaccia sul Mar Adriatico e sul Canale d’Otranto. Il territorio è in gran parte montuoso con l’eccezione del litorale che è pianeggiante.

SOCIETA

La percentuale di popolazione urbana è tra le più basse in Europa. I flussi migratori verso l’Europa continuano a essere intensi, anche se le cifre degli anni Novanta non sono mai più state raggiunte. La società albanese resta in mezzo al guado, divisa tra una comunità rurale che ancora oggi si rifà al codice tradizionale del Kanun (la vendetta) per risolvere le controversie, e dall’altro, in realtà come Tirana, è già sul livello delle grandi capitali europee. 

ECONOMIA

La situazione economica del Paese è in miglioramento da qualche anno, ma l’economia albanese resta legata  agli aiuti internazionali e alle rimesse degli emigrati. Restano ancora molto diffuse le attività economiche informali e illegali, legate in particolare al contrabbando, al racket delle prostituzione e dell’emigrazione clandestina e al traffico internazionale di armi e droga. Permangono gravi le carenze infrastrutturali nei settori dell’energia, dei trasporti, dell’energia, dei servizi sociali e finanziari. In compenso, la transizione lenta e dolorosa all’economia di mercato comincia a dare i suoi frutti, e quasi tutti i terreni coltivabili sono in mano a privati. Molto diffuso l’allevamento di bovini e ovini. In alcune zone del Paese, come Valona, resta l’attiva la pesca e la lavorazione del pesce. La sicurezza per gli investitori stranieri è in aumento. 

POLITICA

Il ritorno al potere di Sali Berisha, l’uomo ritenuto responsabile del collasso economico del Paese negli anni Novanta, è stato percepito dalla comunità internazionale con preoccupazione. La vita politica del Paese resta legata alle stese personalità e manca un ricambio generazionale. Per quanto riguarda la politica estera, restano sempre vive le tensioni scatentate dalla cosiddetta Grande Albania, nel senso delle minoranze albanesi in Serbia, in Grecia e in Macedonia, che finiscono per coinvolgere anche Tirana. 

MASS MEDIA

Sono molti i network dell’informazione nati dopo il crollo del regime comunista. Giornali, radio e televisioni abbondano, anche se resta scarsa la diffusione capillare dei mezzi d’informazione. L’accesso a internet resta limitato a circa 10 abitanti su 1000, ma quasi in ogni casa c’è un’antenna parabolica. 

STORIA

L’Albania ha ottenuto l’indipendenza dall’Impero Ottomano nel 1912, dopo la cosiddetta Prima Guerra dei Balcani. Diversi governi si succedettero nel tentativo di sviluppare uno stato laico, indipendente e democratico. Tali tentativi furono appoggiati dalle élite intellettuali, da parte della piccola e media borghesia nazionalista urbana, da parte della nobiltà e dei rappresentanti dei ceti elevati delle famiglie albanesi nazionaliste e dalla comunità legata alla diaspora albanese in Europae negli Stati Uniti d'America, con il supporto della Società delle Nazioni. Il processo di riforma democratica e laica fu interrotto dal colpo di stato politico-militare guidato da Ahmet Zogu, autonominatosi Re col nome di Zog I. Ma la monarchia nel ‘Paese delle Aquile’ dura poco e, nel 1939, l’Albania viene annessa dall’Italia. Nel 1943, subito dopo la firma dell'armistizio con gli Alleati da parte del Governo italiano, l'Albania venne invasa dall'esercito nazista. Si formò così un movimento dei gruppi nazionalisti e di resistenza partigiana (formata principalmente dal partito nazional-comunista guidato da Enver Hoxha), che riuscì a prendere il controllo del paese fino alla cosiddetta ‘vittoria popolare di liberazione nazionale antifascista’, nel 1944. Nel 1946 Hoxha accentra tutto il potere nelle sue mani. Il modello di comunismo applicato dal dittatore Enver Hoxha, al potere ininterrottamente dal 1946 al 1985, era isolazionista e paranoie, tanto da relegare il Paese in decenni d’isolamento internazionale. Alla morte di Hoxha segue un periodo di transizione che finisce nel 1990, quando la catastrofica situazione economica del Paese e la rabbia popolare portano al collasso del regime che cede il potere. L’Albania viene rivoluzionata e viene introdotta il modello della Repubblica parlamentare. La situazione generale pare migliorare, ma nel 1997 il Paese si trova sull’orlo di una guerra civile. Il fallimento a catena di una serie di finanziarie (le cosiddette ‘piramidi finanziarie’), che avevano rastrellato i risparmi della gente, riduce la popolazione civile sul lastrico. I disordini e la rabbia popolare portano a scontri armati che dilagano in tutto il Paese, provocando circa 1500 morti e un esodo di albanesi in fuga dalle violenze e dalla povertà verso la Grecia, l’Italia e il nord Europa. La comunità internazionale cerca di tendere una mano alla popolazione albanese e le Nazioni Unite organizzano una missione umanitaria guidata dall’Italia per riportare l’ordine in Albania, fermare il flusso di emigranti e rimettere in piedi le istituzioni del Paese. Nel 1998, questo processo porta all’approvazione di una nuova Costituzione che garantisce il ripristino della sicurezza e una lenta ripresa economica, complicata nel 1999 dalla grande ondata di profughi in fuga dal conflitto del Kosovo. La rottura con la Serbia cancella quel minimo di politica filorientale dell’Albania, che si rivolge a tutti gli effetti a Occidente. Nel 2003, dopo la Croazia e la Macedonia, aderisce alla Carta Adriatica, sooto la supervisione Usa, primo passo per l’adesione alla Nato. Nel 2006 l’Albania ha siglato l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (Asa) con l’Unione europea, diventando così il terzo Paese dei Balcani occidentali ad impegnarsi con Bruxelles in profonde riforme, dopo la Croazia (attualmente Paese candidato all’adesione) e la Macedonia. La possibilità di una futura adesione all’Unione resta, per il momento, il faro della politica albanese.

Fonte: Peacereporter.net

 



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